CATODICESIMO #5 : SALVATORE SAMPERI _CUORE DI MAMMA

a1e23056a270673cf3e6dfaaa392b38b1969. Se FluxFest fosse un blog serio parlerei di tutte le perle che presero vita in quell’anno maledetto.

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Easy Rider, il Satyricon di Fellini, Indagine su una ninfomane (non l’ho visto, ma vuoi mettere il titolo?) oppure scriverei un poema su 1969 degli Stooges. Ma FluxFest non è un blog serio, ci scrive persino un mio amico che… vabbè, lasciamo perdere. E invece nel 1969 uscì un film sconosciuto ai più, nonostante un paio di nomi coinvolti, di tutto rispetto. Ma partiamo dal principio, e il principio di questa storia passa da – che lo crediate o no­ – Gabriel Garko. E Manuela Arcuri. Era un piovoso pomeriggio di, boh, e chi se lo ricorda più, quando un particolarmente spavaldo Garko rilasciava un’intervista in cui dichiarava l’emozione di essere stato diretto da Salvatore Samperi in una fiction tv. Anche se dal tono e dalle smorfie sul suo volto tronfio era chiaro che in un mondo ideale (il suo) doveva essere Samperi quello emozionato per aver diretto il nuovo Volontè.

Su un altro rotocalco pomeridiano, Studio Aperto mi sembra, la sempre infoiata Manuela Arcuri sosteneva più o meno le stesse cose, aggiungendo che se il buon Samperi fosse stato un po’ più giovane, si sarebbe fatta dare una ripassata pure da lui. La fiction in questione era L’onore e il rispetto (2006), cose di lusso, insomma. Fantasy mafia, recitazione sperimentale, tradimenti, sguardi truci e sceneggiatura brillante della serie: «Minchia, Tanu Occhiu Tortu sgarrau ccu la nostra famigghia, ora lu sistemamu nuatri, ci scippammu la testa!» Calma, non si sta sparando sulla Croce Rossa. Qui si fanno analisi, ci si pongono domande sul senso della vita. Salvatore Samperi, che esordì nel 1968, è stato uno dei registi più interessanti d’Italia, controverso al punto giusto e con una ricercatezza di stile degna di quella generazione di cineasti. Grazie zia, primo lavoro del regista padovano è un buon film, un’aspra critica nei confronti della borghesia di quegli anni – «E capirai» direte voi, ma all’epoca aveva un senso puntare il dito contro i democristiani, erano facilmente individuabili – che si serviva di una storia pruriginosa fatta di passione morbosa e incestuosa. Ma è con il secondo film che Samperi trova per un breve periodo la strada maestra, fondendo riflessione politica (anche di una certa pesantezza), feroce critica antiborghese e un erotismo innato. Il risultato è Cuore di mamma, 1969 appunto, interpretato dalla semidea Carla Gravina. Sceneggiato a quattro mani con Dacia Maraini e con le musiche di Ennio Morricone, il film narra di una stralunata commessa di una libreria, Lorenza Garroni, che entra in contatto con un gruppo di rivoluzionari, seguendone dapprima le riunioni e dopo poco anche gli attentati.

Lorenza ha tre figli piccoli, di cui due decisamente strani, e molto pericolosi. Il maschietto, in particolare, dimostra spiccate tendenze nazifasciste, nonostante la tenera età, che lo portano a indossare un elmetto delle SS in ogni momento della giornata. È un sadico, e non lesina feroci critiche nei confronti del comunismo e, più in generale, degli oppositori dell’ordine costituito. Lorenza è depressa, non parla. Per tutto il film, s’intende. Questo mutismo esasperato, ed efficace, la rende tremendamente erotica, e questa è una caratteristica pregnante del cinema di Samperi.

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I dialoghi e le scenografie riportano alla mente Il fascino discreto della borghesia, di Buñuel, ma i discorsi politici (non sempre brillanti, a onor del vero) rivolti alla cinepresa, in contesti surreali, sanno tanto di Elio Petri. Sì, ok, in questo caso la somma non supera il valore dei singoli addendi, ma qualcosa c’è. A tutto ciò si mescola un senso del macabro, perché il figlioletto, a tempo perso, uccide. La vicenda a questo punto, segue parallelamente il percorso politico di Lorenza e le sue vicende familiari. Dopo Cuore di mamma, seguirà qualche altro buon film incentrato sulla critica antiborghese, ma i soldi non arrivano. Samperi capisce che più di un carro di buoi tira un carro di figa, e nel 1973 realizza Malizia, con Laura Antonelli, sfogando appieno l’erotismo che ribolliva potente nelle sue prime produzioni. E così, passando per Sturmtruppen e Sturmtruppen 2, e per Malizia 2000, il triste ma comprensibile seguito del film del 1973, con una Laura Antonelli che già aveva le sembianze di Mickey Rourke, si arriva al 2006. L’onore e il rispetto. Perché?

Riccardo Cammalleri

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